Arredamento e Design
10 - 07 - 2009 | Categoria: CasaUno sguardo dietro le quinte del design
Il design è come un filo sospeso sulla terra di nessuno dei bipolarismi: quelli fra le varie culture, fra l’arte e la tecnologia, fra la tradizione e l’innovazione, la ragione e l’intuizione, la logica e il sentimento, i produttori e i consumatori.“
Molto piú che negli anni e nei decenni passati, il design di quest’anno si propone come la ricerca di un equilibrio difficile fra l’universo dei pensieri e quello delle forme, tra la vita e la fantasia. Nel design, infatti, l’uomo d’oggi cerca l’armonia tra la mente e la fisicità, e non piú una mera rappresentazione fine a se stessa. Certo non mancano i colpi d’occhio e le lusinghe estetiche, ma è un design che ama farsi toccare e possedere, in nome di una “cultura” dell’abitare nel senso piú schietto del termine: piú sobria, purista, ma soprattutto accattivante. Alle esigenze dell’uomo contemporaneo, il design risponde offrendo qualcosa di concreto da afferrare in un mondo altrimenti freddo e inarrivabile, dando protezione e intimità in una vita quotidiana altrimenti spaesata e frenetica.
È come se lo stilista facesse propri gli occhi di un bambino, che non s’accontenta di sentire e imparare, ma vuole toccare, sperimentare, appropriarsi autonomamente della realtà e non farsela solo raccontare. “Non ci serve nulla di nuovo – dice ad esempio Paola Navone, stilista italiana di spicco – bensí un design piú affabile”. Li Edelkoort, acuta osservatrice degli stili contemporanei e direttrice della Design Academy di Eidhoven, parla addirittura di “un’anima” che dovrebbe entrare nel design.
Ma se le cose stanno cosí, a maggior ragione il design non può esimersi dall’imboccare strade personalizzate e staccarsi con decisione dalla produzione di massa. Tra le mura domestiche, l’uomo e la donna di oggi non vogliono piú un nido preconfezionato, ma uno stile che renda piú facile e gradevole la vita d’ogni giorno, e al tempo stesso conceda loro degli spazi creativi da usare a proprio piacimento. È finito il tempo degli articoli di massa e delle soluzioni omologate.
Ecco quindi che gli stili diventano molteplici, altrettanto quanto le tendenze e le possibilità d’arredarsi il “proprio” spazio. Spesso si attinge un po’ di qua e un po’ di là, facendo emergere – come ormai si stente dire anche alle fiere del mobile – uno “spirito europeo” che induce a scegliere da ciascun paese uno spunto diverso: sedie greche per la terrazza, o i moduli tedeschi di marca per la cucina di qualità, la camera da letto italiana o il divano spagnolo. E pare che questo spirito europeo abbia ormai attecchito, oltre che nella “vecchia” Europa, anche nei paesi d’Oltremare.
In altre parole, non c’è piú la scuola o la tendenza di grido che detta la moda del momento, come in passato era accaduto per il Bauhaus o lo stile Memphis, e nemmeno piú lo stile “tipicamente “ italiano, o “tipicamente” scandinavo di un tempo. Semmai, c’è lo stilista spagnolo che lavora per il mobiliere svedese, il disegnatore ceco che progetta gli articoli italiani e cosí via. In questo sciamare di tendenze, tutto è ammesso, purché abbia un suo valore intrinseco, e ciò non significa rispolverare la vecchia formula del “tutto è possibile” degli anni Ottanta, ma semmai che ogni prodotto può e deve avere una propria armonia, autenticità e trasparenza.
Ne consegue che il diritto ad emergere vale per qualsiasi stile e qualsiasi aspirazione, non tanto di ogni stilista, ma semmai di ogni possessore o consumatore. È come se il design avesse oggi la funzione morale di reinsegnare all’uomo a sognare, senza finzioni, senza costringere i malcapitati a sedersi su divani scomodi, ma dando suggerimenti e incoraggiando ciascuno ad elaborarli per conto proprio. In un mondo sempre piú piccolo ed omologato, il design torna a predicare la differenza, opponendo alla globalizzazione il privilegio della molteplicità, e insegnando che l’esotico è bello proprio perché è diverso. Chi l’ha detto che tutto deve essere uguale e assoggettato ad un’unica idea, anche nell’arredamento?
Non a caso, Karim Rashid, teorico del design, nell’ultima edizione dell’Internationales Designerjahrbuch, definendo la tendenza degli anni Duemila parla di “Futuretró”: se infatti il design dei decenni passati poteva essere caratterizzato con pochi attributi essenziali (il pop astratto e la cinetica degli anni Cinquanta, lo splendore cromato dei Settanta, l’estasi e l’ossessione formale ed espressiva degli Ottanta, e l’elettrico degli anni Novanta), gli anni “Zero” – come qualcuno li ha ribattezzati – fanno emergere soprattutto i prodotti frutto di una personalizzazione piú che di un movimento stilistico. Ecco quindi che si volge lo sguardo al passato, ricavando spunti dagli stili moderni piú disparati, e miscelandoli in prodotti imprevedibili quanto sconosciuti. E gli anni piú gettonati in questa retrospettiva sono – guarda caso – gli anni Sessanta, col loro ottimismo e la loro lungimiranza.
“L’era postmoderna non è obbligata a produrre novità – scrive lo stilista Andrei Kupetz nel Design-Lexikon Deutschland – poiché ha il vantaggio di poter guardare candidamente indietro, riscoprendo il fascino di prodotti industriali semplici ed anonimi, di materiali robusti o di tecniche produttive tradizionali”. Forse è proprio questa propensione a scomodare il passato, impreziosendolo delle conoscenze, dei materiali e delle tecniche di oggi, che potremmo definire il tratto distintivo del design odierno.
Sarà il timore della precarietà e fuggevolezza della vita? O il fatto che è piú semplice frugare nel passato che guardare al futuro? Nessuno può dirlo con certezza, ma sicuramente non è un caso che il buon vecchio giradischi stia ritornando in auge, né che lo stilista britannico Paul Priestmann abbia disegnato dei termosifoni d’acciaio inossidabile a forma di cerchi da hula hoop (“Hot Hoop” per la Bisque Radiators). Certo, si guarda anche avanti, ma senza perdere di vista le buone vecchie cose di una volta, che in mondo ormai mediatico sono un sinonimo di autenticità. Ma non è solo una nostalgia retrò, anzi, c’è sempre una vena scanzonata e spiritosa che risalta su tutto. “Not designed”, si legge ad esempio su una poltrona della coppia di stilisti Komplot Design.
Un pregio dello stile di oggi è di non essere invadente, pur modulando coraggiosamente nel kitsch e nei contrasti, e questo non perché sia semplicemente di moda, ma piuttosto per lasciare dei quesiti in sospeso, usando la contrapposizione come spunto di riflessione. Si recuperano elementi passati, li si impregnano di nuovi ideali, e li si confezionano con “nuovi” materiali intelligenti – e di questi ogni anno ne saltano fuori di diversi. Anche questo neokitsch potrebbe essere un tratto distintivo del design di oggi, nato forse dall’eccesso del cosiddetto “buon gusto” o del design d’élite.
E visto che lo spazio è un bene sempre piú raro, ecco trionfare i mobili impilabili e componibili per i nuovi “nomadi”: legno chiaro, forme ammiccanti, strutture pieghevoli: l’importante è che siano robusti e abbiano un senso. E se sono multifunzionali, meglio ancora, anzi, la multifunzionalità è un motivo altrettanto ricorrente del design di oggi quanto lo è la ricerca di un minimalismo chiaro ma mai fine a se stesso. Non importa se il prodotto è sobrio o scioccante, ma semmai che abbia una sua armonia intrinseca, che convinca e sia ispirato ad una visione ottimista del futuro. Come stupirsi, dunque, che i piú frequenti richiami stilistici al passato rievochino proprio gli anni Sessanta, quelli scanditi da un ottimismo e da una fede nel futuro che, non per nulla, culminò nel 1969 con lo sbarco dell’uomo sulla Luna.
Fonte: fiera di Bolzano